Nel corso dell’assemblea generale 2026 di Kering, tenutasi lo scorso maggio a Parigi, Luca de Meo ha tracciato le linee guida della strategia del Gruppo francese del lusso per i prossimi mesi.
Luca de Meo: la ripartenza di Gucci
In seguito alla presentazione del piano ReconKering al Capital markets day di Firenze, Luca de Meo ha indicato ai mercati emergenti, alla Cina e alle nuove collaborazioni con L’Oréal in ambito wellness i punti cardine su cui costruire la crescita di medio-lungo termine, dopo aver completato il primo obiettivo che si era posto: la riduzione del debito del Gruppo. Il CEO ha ricordato che, al momento del suo arrivo in Kering, la priorità era abbattere un debito che nel 2024 aveva toccato i 10,5 miliardi di euro, sceso poi a circa 8 miliardi nel 2025 grazie a diverse operazioni, tra cui la cessione della divisione beauté a L’Oréal e la vendita di alcuni immobili di pregio, oltre al rinvio di due anni dell’acquisizione di Valentino. Parlando del lavoro fatto sui marchi del Gruppo, Luca de Meo ha dichiarato che sono state “create le condizioni per la rinascita di Gucci”, la maison che pesa per circa il 40% sul fatturato Kering ma i cui ricavi sono scesi dai 10,5 miliardi del 2022 ai 6 miliardi dell’ultimo esercizio. La soluzione indicata dal CEO passa dalla riduzione del numero di boutique e da una maggiore attenzione alla qualità del prodotto.
Luca de Meo tra mercati emergenti e nuove partnership
Sul fronte dei mercati internazionali, ha spiegato Luca de Meo, la Cina resta strategica ma sta diventando più selettiva, e per questo servirà puntare sulla desiderabilità dei marchi, aumentando i budget di marketing e chiudendo alcuni punti vendita. Maggiore ottimismo invece per i cosiddetti “6-pack” (Messico, Brasile, Africa, Medio Oriente, India e Sud-est asiatico) con particolare attenzione, condivisa anche dal COO Jean-Marc Duplaix, verso Nigeria e India. Interpellato su possibili priorità al di fuori del core business, Luca de Meo ha indicato wellness e longevity come ambiti da esplorare insieme a L’Oréal, mostrandosi invece più cauto sull’hospitality, definito un business “molto diverso” e non necessariamente profittevole, pur non escludendolo del tutto per il futuro.

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